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Tasse sugli investimenti: 26%, 12,5%, bollo e tutto quello che paghi davvero

Tassazione degli investimenti con esempi: 26% e 12,5%, redditi di capitale e diversi, imposta di bollo, regimi fiscali e 10.000 euro per cinque anni.
Tasse sugli investimenti: 26%, 12,5%, bollo e tutto quello che paghi davvero

In breve

  • Chi investe paga tre tasse: il 26% sui guadagni e sui redditi (12,5% per i titoli di Stato) e lo 0,2% di bollo sul patrimonio, che si paga anche negli anni in perdita.
  • Il fisco tiene due tasche separate, redditi di capitale e redditi diversi: le perdite si recuperano solo con i guadagni della seconda, entro quattro anni, e mai con quelli di ETF e fondi.
  • In regime amministrato l’intermediario calcola e versa tutto a ogni operazione: il 26% che manca dal bonifico non è un costo della banca, è un’imposta dello Stato.

La tassazione degli investimenti è il capitolo che quasi nessuno legge prima di comprare e che tutti scoprono dopo aver venduto, quando sul conto arriva meno del previsto. Quando ho iniziato, nel 2018, la cosa che mi ha sorpreso di più non è stata il 26%: è stata la doppia imposizione sui dividendi esteri, una tassa che si paga due volte senza che nessuno ti avvisi. In questo articolo spiego le tre tasse che paga chi investe, chi paga il 26% e chi il 12,5%, la differenza tra redditi di capitale e redditi diversi, l’imposta di bollo, quando e come si paga, e un esempio con 10.000 euro per cinque anni in un ETF azionario, in un BTP e in un conto deposito.

Come funziona la tassazione degli investimenti?

Con tre imposte: il 26% sulle plusvalenze (capital gain) e sui redditi da cedole, dividendi e interessi, ridotto al 12,5% per i titoli di Stato, e l’imposta di bollo dello 0,2% l’anno sul valore del patrimonio. In regime amministrato calcola e versa tutto l’intermediario; le perdite si compensano solo con i redditi diversi, entro quattro anni.

Lo Stato tassa i tuoi investimenti in tre momenti diversi, con tre imposte diverse, e confonderle è il primo errore.

  • Sui guadagni. Quando vendi a un prezzo più alto di quello di acquisto realizzi una plusvalenza, e su quella differenza paghi il 26% (12,5% per i titoli di Stato). Finché non vendi, non paghi nulla: i profitti «sulla carta» non sono tassati.
  • Sui redditi. Cedole, dividendi, interessi del conto deposito: sono soldi che l’investimento ti dà mentre lo tieni, tassati al 26% (12,5% per le cedole dei titoli di Stato) con una ritenuta alla fonte: li vedi già al netto.
  • Sul patrimonio. L’imposta di bollo: 0,2% l’anno sul valore di titoli, fondi, ETF e conti deposito, più 34,20 euro fissi sul conto corrente se la giacenza media supera i 5.000 euro. È l’unica delle tre che paghi anche in un anno chiuso in perdita.

Il 26% e il 12,5% sono imposte sostitutive: sostituiscono l’IRPEF, non si sommano allo stipendio e non spostano lo scaglione. Per chi ha un reddito da lavoro tassato al 33% o al 43% è un vantaggio; per chi sta nel primo scaglione, il 23%, un piccolo svantaggio.

Tassazione del capital gain: 26% e 12,5%, cosa paga quanto

Il capital gain, cioè la plusvalenza realizzata alla vendita, è tassato al 26% per quasi tutti gli strumenti e al 12,5% per i titoli di Stato; le stesse due aliquote valgono per cedole, dividendi e interessi. L’aliquota ordinaria era il 12,5% fino al 2011 e il 20% dal 2012; il 26% vale dal 1° luglio 2014. Ecco la mappa strumento per strumento, valida alla data di pubblicazione.

  • Azioni. Dividendi al 26% quando li incassi; plusvalenza al 26% quando vendi in guadagno. Se le azioni sono estere, il dividendo paga anche una ritenuta nel paese di origine: ci torno tra poco.
  • ETF e fondi. Plusvalenza al 26% alla vendita e dividendi al 26% quando arrivano. La quota del guadagno che deriva dai titoli di Stato in portafoglio, comunicata dall’emittente, paga il 12,5%.
  • Obbligazioni societarie. Cedole e plusvalenze al 26%.
  • Titoli di Stato. BOT, BTP, CCT, titoli di Stato esteri della «white list» e sovranazionali: cedole e plusvalenze al 12,5%. Tecnicamente è il 26% su una base imponibile del 48,08%: stesso risultato.
  • Conto deposito e conto corrente. Interessi al 26%, trattenuti dalla banca al momento dell’accredito.

La regola pratica: per sapere quanto ti resta, moltiplica il guadagno per 0,74, o per 0,875 se è un titolo di Stato. Su 1.000 euro di plusvalenza ne restano 740, oppure 875.

Redditi di capitale e redditi diversi: le due tasche del fisco

Questa è la distinzione che nessuno spiega e che decide se una perdita ti serve a qualcosa. Immagina che il fisco tenga due tasche. Nella tasca di sinistra ci sono i redditi di capitale: tutto ciò che un investimento ti dà per il fatto di possederlo (cedole, dividendi, interessi), più, per una particolarità tutta italiana, i guadagni di fondi ed ETF. Nella tasca di destra ci sono i redditi diversi: i guadagni che ottieni comprando e vendendo azioni, obbligazioni, ETC ed ETN, certificati, derivati, valute; e tutte le perdite, comprese quelle degli ETF.

Le due tasche non comunicano. Una perdita (minusvalenza) si recupera solo con guadagni della tasca di destra, entro il quarto anno successivo a quello in cui l’hai realizzata; con cedole, dividendi e guadagni degli ETF, mai. Un esempio: in un anno vendi un’azione in perdita di 1.000 euro e un ETF in guadagno di 1.000 euro. Il conto totale è zero, ma il fisco non la vede così: sul guadagno dell’ETF paghi 260 euro, e la perdita resta in attesa di un guadagno «giusto», su un’azione, un’obbligazione, un ETC o un certificato. Se gli stessi 1.000 euro fossero arrivati da un’altra azione, non avresti pagato nulla. È il paradosso degli ETF: il loro guadagno sta in una tasca, la loro perdita nell’altra.

La legge delega fiscale del 2023 prevede di unire le due tasche in un’unica categoria di «redditi finanziari», ma i decreti attuativi non sono arrivati entro il termine di fine agosto 2026: alla data di pubblicazione valgono ancora queste regole. Alle minusvalenze dedico un articolo in uscita a fine mese.

L’imposta di bollo: lo 0,2% che paghi anche quando perdi

Il bollo è la tassa più piccola e più antipatica. Vale lo 0,2% l’anno del valore di ciò che possiedi (titoli, fondi, ETF, conti deposito), senza importo minimo, ed è l’intermediario a calcolarlo e addebitarlo. Non guarda se hai guadagnato: su 10.000 euro diventati 9.000 in un anno storto paghi comunque 18 euro. Sul conto corrente è invece fisso, 34,20 euro l’anno, e scatta solo se la giacenza media supera i 5.000 euro.

Due conseguenze. La prima: il bollo pesa di più dove il rendimento è basso; su un conto deposito al 2,5% lordo si mangia quasi un decimo degli interessi, prima ancora del 26%, ed è uno dei motivi per tenere ferma solo la liquidità che serve, come ho spiegato in dove parcheggiare la liquidità. La seconda: chi tiene i titoli presso un intermediario estero non paga il bollo ma l’IVAFE, stessa aliquota dello 0,2% (0,4% nei paradisi fiscali), da calcolare da soli in dichiarazione.

Tassazione delle rendite finanziarie: quando e come si paga

«Tassazione delle rendite finanziarie» è il nome collettivo di queste imposte sostitutive. Il «come» dipende dal regime fiscale del deposito titoli, scelto all’apertura del conto, spesso senza saperlo. Le strade sono tre.

  • Regime amministrato. L’intermediario fa da sostituto d’imposta: a ogni vendita calcola la plusvalenza, trattiene il 26% (o il 12,5%) e lo versa allo Stato; tiene lui il conto delle minusvalenze; tu non dichiari nulla. È il mio regime, e quello di quasi tutti i risparmiatori italiani.
  • Regime dichiarativo. L’intermediario non trattiene nulla e tu, l’anno dopo, dichiari i guadagni nei quadri RT e RM del modello Redditi (entro il 2 novembre 2026 per i redditi del 2025); se l’intermediario è estero aggiungi il quadro RW e l’IVAFE. Un commercialista costa in genere 200-500 euro, di più se le operazioni sono tante.
  • Regime gestito. Riservato alle gestioni patrimoniali: l’imposta si calcola ogni anno sul risultato maturato, anche senza vendere. Per chi fa da sé non c’entra.

Cedole, dividendi e interessi seguono una strada a parte, la ritenuta alla fonte: li incassi già al netto, in qualunque regime. Ed è qui che si nasconde la tassa che mi ha sorpreso di più: i dividendi esteri. Prima li tassa il paese di origine, con una ritenuta che con le convenzioni contro le doppie imposizioni è spesso del 15% (30% per gli Stati Uniti se l’intermediario non ha raccolto il modulo W-8BEN); poi l’Italia applica il 26% su ciò che resta, il «netto frontiera». Su 100 euro lordi te ne arrivano circa 63 con la ritenuta del 15%, circa 52 con quella del 30%. La ritenuta estera non si recupera con la dichiarazione italiana, in nessuno dei due regimi: l’unica strada è chiedere il rimborso al fisco del paese di origine, con una procedura lunga che per piccoli importi non conviene quasi mai. Quando si parla di investire in dividendi, invito sempre a ragionare sul netto.

Un esempio con i numeri: 10.000 euro per cinque anni

Prendiamo 10.000 euro per cinque anni in tre posti diversi. Ipotesi didattiche, non previsioni: l’ETF azionario ad accumulazione rende il 6% l’anno; il BTP è comprato e rimborsato a 100 con una cedola lorda del 3%; il conto deposito rende il 2,5% lordo, con interessi liquidati ogni anno e non reinvestiti. Bollo dello 0,2% sul valore di fine anno, a carico tuo; commissioni escluse.

StrumentoGuadagno lordo in 5 anniImposta sul guadagnoBollo in 5 anniNetto in tasca
ETF azionario (26% alla vendita)circa 3.380 €circa 880 €circa 120 €circa 2.380 €
BTP (12,5% sulle cedole)1.500 €circa 190 €100 €circa 1.210 €
Conto deposito (26% sugli interessi)1.250 €circa 325 €100 €circa 825 €
Ipotesi didattiche: ETF al 6% l’anno (non è una previsione), BTP con cedola 3% e prezzo fermo a 100, conto deposito al 2,5% lordo; bollo 0,2% sul valore di fine anno; nessuna commissione. Valori arrotondati.

Tre cose da notare. Il prelievo totale, imposta più bollo, vale circa il 29% del guadagno lordo per l’ETF, il 19% per il BTP e il 34% per il conto deposito: lo strumento «più semplice» è il più tassato in proporzione, perché il bollo pesa tanto su un rendimento basso. Il BTP paga meno per via del 12,5%, non perché renda di più. E l’ETF ha un vantaggio che la tabella non mostra: paga l’imposta solo alla vendita, quindi può rinviarla per anni, mentre gli altri due la pagano ogni anno; su orizzonti lunghi il rinvio vale parecchio, come ho spiegato in ETF ad accumulazione o a distribuzione.

Nella mia esperienza: il 26% non è un costo della banca

Un mio cliente ha disinvestito con una bella plusvalenza e si è presentato arrabbiato: sul conto era arrivato il 26% in meno di quanto si aspettava di guadagnare, e la colpa, nella sua testa, era della banca. L’ho tranquillizzato: non erano costi applicati dall’intermediario, ma imposte dello Stato sulle plusvalenze, trattenute in regime amministrato come per chiunque. Da allora, quando qualcuno mi mostra un guadagno, gli chiedo di moltiplicarlo per 0,74 prima di festeggiare.

Sull’aliquota la mia opinione è che sia abbastanza equa: il 26% non morde lo stipendio e permette di recuperare le minusvalenze, anche se con regole migliorabili. La mia sorpresa, all’inizio, è stata il primo dividendo estero arrivato al netto di due tasse, quella straniera e quella italiana. Nessuno me lo aveva detto, e da allora lo dico io.

Errori da evitare

  • Ragionare sul lordo. Un 3% lordo su un conto deposito è un 2,2% netto, meno ancora dopo il bollo. I confronti tra strumenti si fanno al netto.
  • Vendere in perdita per «fare» minusvalenze e ricomprare subito. Me lo chiedono spesso: è un rinvio, non un risparmio. Ricomprando abbassi il prezzo di carico, e la plusvalenza futura sarà più alta esattamente di quanto hai «risparmiato» oggi.
  • Dimenticare il bollo sulla liquidità ferma. Diecimila euro parcheggiati costano 20 euro l’anno anche se non li tocchi: non è un motivo per rinunciare al fondo di emergenza, ma per non tenere fermo più del necessario.
  • Credere che una perdita compensi qualsiasi guadagno. Le perdite non si compensano con cedole, dividendi e guadagni degli ETF. Chi ha solo ETF e accumula minusvalenze le vede scadere senza usarle.
  • Non chiedere il regime prima di firmare. Scoprire a maggio di essere in dichiarativo, senza un documento pronto, costa tempo e commercialista. La domanda «amministrato o dichiarativo?» si fa all’apertura del conto.

Domande frequenti

Quanto pago di tasse su 1.000 euro di guadagno?

260 euro se il guadagno viene da azioni, ETF, fondi, obbligazioni societarie o da un conto deposito; 125 euro se viene da titoli di Stato italiani, esteri della «white list» o sovranazionali. Il bollo è a parte e si calcola sul valore, non sul guadagno.

Come funziona la tassazione degli ETF?

Come per le azioni: 26% sulla plusvalenza quando vendi e sui dividendi quando arrivano, con la quota di guadagno che deriva dai titoli di Stato al 12,5%. La particolarità è che i guadagni degli ETF sono redditi di capitale e le perdite redditi diversi: una minusvalenza su un ETF non si compensa con il guadagno di un altro ETF. Fanno eccezione gli ETF non armonizzati, fuori dalle regole europee UCITS, i cui proventi entrano nel reddito IRPEF: un caso raro per chi compra in Europa, come spiego in cosa sono gli ETF.

Gli investimenti vanno dichiarati nel 730?

In regime amministrato no: l’intermediario ha già trattenuto e versato tutto, e vale per azioni, obbligazioni, ETF e piani di accumulo. In regime dichiarativo sì, ma nei quadri RT e RM del modello Redditi, non nel 730, più RW e IVAFE se l’intermediario è estero. Nell’ISEE, invece, gli investimenti entrano sempre, come patrimonio mobiliare al 31 dicembre.

Quando si pagano le tasse sugli investimenti?

In regime amministrato nel momento in cui il reddito nasce: a ogni vendita in guadagno, a ogni cedola, dividendo o interesse accreditato. Il bollo viene addebitato dall’intermediario con il rendiconto periodico. In regime dichiarativo l’anno successivo, con il saldo delle imposte del modello Redditi.

Esiste un modo legale per non pagare le tasse sugli investimenti?

No, ed è la domanda più frequente. Esistono strumenti agevolati, come il fondo pensione o i piani individuali di risparmio, esenti sui guadagni se tenuti almeno cinque anni, ma ognuno ha vincoli precisi in cambio dello sconto. Le «strategie» per non pagare, come vendere in perdita e ricomprare, sono rinvii che si pagano con le plusvalenze future.

Fonti e aggiornamenti

  • Agenzia delle Entrate, redditi di capitale e redditi diversi, imposta di bollo, regimi del risparmio: agenziaentrate.gov.it
  • Agenzia delle Entrate, circolare n. 19/E del 27 giugno 2014 sull’aliquota del 26% per i redditi di natura finanziaria: def.finanze.it
  • Agenzia delle Entrate, scheda IVAFE, «Base imponibile e aliquote»: agenziaentrate.gov.it
  • Agenzia delle Entrate, modello Redditi Persone fisiche 2026, «Quando e come presentare il modello»: agenziaentrate.gov.it
  • Legge 9 agosto 2023, n. 111 (delega per la riforma fiscale): la categoria unica dei «redditi finanziari» resta senza decreti attuativi alla data di pubblicazione.
  • Fisco e Tasse, «IRPEF 2026: le aliquote di quest’anno», scaglioni dal periodo d’imposta 2026: fiscoetasse.com

Ultimo aggiornamento: 5 ottobre 2026 · Testo di Eros Benedetti, consulente finanziario iscritto all’Albo unico OCF. Aliquote, limiti e regole sono quelli in vigore alla data di pubblicazione; gli esempi sono didattici: leggi le avvertenze.

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Eros Benedetti

Consulente finanziario iscritto all’Albo unico OCF (delibera n. 2616 del 27/11/2024). Scrivo guide e costruisco calcolatori per aiutarti a capire i soldi senza fretta e senza fregature.

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