• FTSE MIB
  • S&P 500
  • Nasdaq 100
  • DAX
  • Euro Stoxx 50
  • EUR/USD
  • Oro
  • Brent
  • BTC
  • Spread

Quanto prenderai di pensione: il contributivo spiegato e come stimarla

Come si calcola la pensione nel contributivo: montante e coefficienti spiegati, il simulatore INPS e un esempio per un trentenne e un cinquantenne.
Quanto prenderai di pensione: il contributivo spiegato e come stimarla

In breve

  • Chi ha iniziato a lavorare dal 1996 è nel sistema contributivo puro: la pensione è il montante dei contributi versati moltiplicato per un coefficiente legato all’età (5,608% a 67 anni nel 2025-2026), diviso in tredici mensilità.
  • Per un dipendente con carriera continua la Ragioneria dello Stato stima una pensione lorda intorno al 70% dell’ultimo reddito oggi, in calo verso il 60-65% dopo il 2040; per autonomi e carriere discontinue anche sotto il 50%.
  • La stima si fa in dieci minuti con il simulatore INPS: la mia dice 2069, a 72 anni. La pensione pubblica ci sarà, ma da sola non basterà: la differenza va costruita per decenni.

«Quanto prenderò di pensione?» e «come si calcola la pensione?» sono le due domande a cui quasi nessuno sotto i quarant’anni sa rispondere, ed è un problema, perché la risposta decide quanto mettere da parte da oggi in poi. Io la simulazione l’ho fatta, e due numeri mi hanno colpito: la data, 2069, a 72 anni; e un assegno poco più alto dello stipendio attuale, ma tra 43 anni, quando il costo della vita sarà un’altra cosa. In questo articolo spiego chi è in quale sistema, come si calcola una pensione contributiva, come stimare la tua con il simulatore INPS e a mano, le variabili che controlli, un esempio con un trentenne e un cinquantenne, e cosa aspettarsi dalle riforme.

Come si calcola la pensione?

Nel contributivo, per chi ha iniziato a lavorare dal 1996: pensione annua lorda = montante contributivo × coefficiente di trasformazione. Il montante è il 33% dello stipendio lordo versato ogni anno, rivalutato con il PIL; il coefficiente cresce con l’età di uscita (5,608% a 67 anni) e il risultato si divide per tredici mensilità.

Le tre cose difficili sono capire in quale sistema sei, quanto vale il tuo montante e cosa varrà quell’ammontare tra quarant’anni: le vediamo in ordine, con i dati che trovi sul sito INPS.

Retributivo, misto, contributivo: chi è in quale sistema

In Italia convivono tre modi di calcolare la pensione, e il tuo dipende da quando hai cominciato a lavorare. Il retributivo è quello dei nostri genitori: una percentuale degli ultimi stipendi, a prescindere da quanto versato. Vale per chi aveva almeno 18 anni di contributi al 31 dicembre 1995, e solo per l’anzianità fino al 2011: da lì in poi anche loro sono nel contributivo pro-rata. Il misto riguarda chi lavorava prima del 1996 con meno di 18 anni di contributi. Il contributivo puro, introdotto dalla riforma Dini (legge 335 del 1995), vale per chi ha versato il primo contributo dal 1° gennaio 1996 in poi. Se hai meno di cinquant’anni, quasi certamente sei qui.

Nel contributivo la pensione dipende solo da quanto hai versato e da quando la chiedi, non dall’ultimo stipendio. Per i lavoratori dipendenti l’aliquota è il 33% della retribuzione lorda (9,19% trattenuto in busta paga, il resto a carico dell’azienda); nella gestione separata circa il 26%, per artigiani e commercianti circa il 24%.

Calcolo della pensione contributiva: montante e coefficiente

Il meccanismo somiglia a un salvadanaio con due regole. Prima: ogni anno il 33% dello stipendio lordo finisce nel montante contributivo, un conto figurativo che lo Stato rivaluta ogni anno con la media quinquennale della crescita del PIL nominale. Seconda: alla pensione il montante viene moltiplicato per un coefficiente di trasformazione che cresce con l’età di pensionamento, perché chi esce più tardi incasserà la pensione per meno anni. Il risultato è la pensione annua lorda, da dividere per tredici mensilità.

Un esempio con ipotesi dichiarate. Un trentenne guadagna 30.000 euro lordi l’anno e lavora senza interruzioni fino a 67 anni. Ogni anno mette nel salvadanaio 9.900 euro; in 37 anni sono 366.300 euro, se assumiamo che stipendio e rivalutazione crescano allo stesso ritmo, cioè facendo i conti in euro di oggi. A 67 anni il coefficiente 2025-2026 è 5,608%: 366.300 × 5,608% = circa 20.500 euro lordi l’anno, circa 1.580 euro lordi al mese per tredici mensilità. A 64 anni, con tre anni di contributi in meno e il coefficiente del 5,088%, scenderebbe a circa 1.320 euro.

Età di uscitaCoefficiente 2025-2026Pensione annua ogni 100.000 € di montante
64 anni5,088%5.088 €
65 anni5,250%5.250 €
66 anni5,423%5.423 €
67 anni5,608%5.608 €
70 annicirca 6,0%circa 6.000 €
Coefficienti di trasformazione 2025-2026 (decreto 20 novembre 2024, fonte INPS): si aggiornano ogni due anni con la speranza di vita, e nell’ultimo aggiornamento sono scesi dell’1,5-2,2%.

Quanto prenderò di pensione? Il tasso di sostituzione

Il rapporto tra prima pensione e ultimo stipendio si chiama tasso di sostituzione. Nell’esempio è del 68,5% lordo (20.500 su 30.000), in linea con le proiezioni della Ragioneria Generale dello Stato: per un dipendente privato con carriera continua che esce all’età di vecchiaia, intorno al 70% lordo oggi, in discesa verso il 60-65% dopo il 2040; al netto delle tasse da circa l’80% a circa il 67-68%. Per autonomi e carriere discontinue è molto più basso, anche sotto il 50%, perché l’aliquota è minore e i buchi pesano. Tradotto: il giorno della pensione il reddito scende di un terzo, o si dimezza.

Simulazione pensione con il simulatore INPS e i conti a mano

Il modo serio è il simulatore INPS «La mia pensione futura»: si entra con SPID o CIE, si trovano già caricati i contributi versati e si ipotizza la carriera futura (stipendio, continuità, età di uscita). Nel mio caso ha calcolato la pensione nel 2069, a 72 anni: una data scioccante (probabilmente uscirò prima, ma il simulatore applica le regole attuali alla mia carriera). L’importo sembrava perfino buono, poco più del mio stipendio attuale; poi ho fatto il conto che nessuno fa: quella cifra arriverà tra 43 anni. Con un’inflazione ipotetica del 2% l’anno i prezzi si moltiplicano per 2,3: un assegno pari allo stipendio di oggi comprerebbe meno della metà.

Il simulatore parte dai dati della tua posizione, ti chiede le ipotesi sul futuro e restituisce la data di pensionamento con le regole attuali, l’importo lordo mensile e il tasso di sostituzione. I limiti: applica le regole di oggi a una carriera di decenni e il netto lo calcoli tu. Per la sola data c’è anche «Pensami», il simulatore INPS di scenari pensionistici che senza credenziali indica quando matureresti i requisiti.

I conti a mano servono a capire il meccanismo, non a sostituire il simulatore: stipendio lordo × 33% × anni di contributi = montante; montante × coefficiente dell’età di uscita = pensione annua lorda; diviso 13 = mensilità lorda. Poi due correzioni: togli le tasse (la pensione è reddito IRPEF come lo stipendio) e pensa la cifra in euro di oggi, perché, come ho spiegato in inflazione e risparmi, un 2% l’anno in quarant’anni non perdona.

Le variabili che puoi controllare: contributi, carriera, anni

  • La continuità. Un anno senza contributi è un anno che non entra nel montante, per sempre. Il trentenne dell’esempio con cinque anni di buco scende da circa 1.580 a circa 1.370 euro al mese. Chi ha carriere discontinue, partita IVA con redditi bassi o periodi all’estero parte svantaggiato, e lo Stato non supporta a dovere queste categorie: pensa subito a investire in modo prudente il più possibile, perché nessuno lo farà al posto tuo.
  • L’età di uscita. Ogni anno in più conta due volte: aggiunge contributi e alza il coefficiente. Tra 64 e 67 anni, nell’esempio, la differenza è di oltre 250 euro lordi al mese.
  • Il reddito dichiarato. Si versa su quanto dichiarato: ogni euro in nero oggi sembra guadagnato e domani è pensione che non esiste. Tra poco un caso vero.
  • Il risparmio parallelo. Il 33% non lo decidi tu; quello che metti da parte in più, sì. Il confronto tra fondo pensione ed ETF spiega come usarli insieme; su quale fondo e quale comparto scegliere in base all’età torno in un articolo in uscita tra qualche giorno.

Un esempio con i numeri: un trentenne e un cinquantenne

Mettiamo in fila tre persone. Il trentenne di prima, con 30.000 euro lordi e carriera continua fino a 67 anni. Un cinquantenne con 24 anni di contributi su una retribuzione media di 26.000 euro, che ne prevede altri 17 a 32.000. E un caso reale, un mio conoscente: quasi sessant’anni, un reddito di circa 1.500 euro al mese di cui una parte in nero, otto anni di contributi maturati. Era convinto di prendere «almeno la minima». Ha scoperto troppo tardi che non avrebbe preso nemmeno quella.

CasoAnni di contributiMontantePensione lorda al meseSostituzione lorda
Trentenne, 30.000 € lordi, uscita a 6737circa 366.000 €circa 1.580 €circa 68%
Cinquantenne, 26.000 poi 32.000 €, uscita a 6741circa 385.000 €circa 1.660 €circa 67%
Cinquantenne, uscita a 6438circa 354.000 €circa 1.390 €circa 56%
Conoscente, 8 anni su 1.000 € dichiarati8circa 34.000 €nessuna a 67 anni; a 71 anni circa 160 €0% a 67 anni
Ipotesi didattiche: aliquota 33%, conti in euro di oggi (retribuzioni e montante crescono allo stesso ritmo), coefficienti 2025-2026, tredici mensilità, nessuna tassa. Per il conoscente si ipotizza che fossero dichiarati solo 1.000 euro al mese.

Per la pensione di vecchiaia a 67 anni servono almeno 20 anni di contributi e, nel contributivo puro, un assegno almeno pari all’assegno sociale (regola in vigore dal 2024). Con otto anni non ha né l’uno né l’altro: dovrà aspettare i 71 anni, quando bastano 5 anni di contributi senza soglia di importo, e un montante di circa 34.000 euro produrrà circa 160 euro al mese. Nel contributivo la «pensione minima» che aveva in mente non esiste: l’assegno è quello che il salvadanaio produce. Il cinquantenne mostra invece la cosa più rassicurante dell’articolo: a cinquant’anni si è ancora in tempo a decidere molto, perché tre anni di uscita fanno quasi 280 euro al mese.

Le riforme: perché l’età salirà e gli assegni scenderanno

Le regole di oggi: pensione di vecchiaia a 67 anni con almeno 20 anni di contributi nel 2025-2026, 67 anni e un mese dal 2027, 67 anni e tre mesi dal 2028, per l’adeguamento alla speranza di vita (81,4 anni per gli uomini e 85,5 per le donne nel 2024, ISTAT). Per i contributivi puri esiste un’uscita anticipata a 64 anni con 20 anni di contributi e un assegno di almeno tre volte l’assegno sociale. Quanto ci si può fidare di queste regole? Poco: è inevitabile che l’età di pensionamento continui ad allungarsi e che gli assegni vengano tagliati, perché è l’unica direzione che il Paese può prendere per gestire i conti.

L’economista Michele Boldrin, con Dolado, Jimeno e Peracchi, lo scriveva nel 1999 in «The future of pensions in Europe» (Economic Policy): i sistemi a ripartizione non finanziati, dove i contributi di chi lavora pagano le pensioni di chi è uscito, sono destinati all’insostenibilità, e demografia, disoccupazione e partecipazione femminile al lavoro pesano in modo comparabile. Nelle interviste del 2026 è ancora più netto: applicare il calcolo contributivo a tutte le pensioni, ricalcolare quelle non coperte dai contributi versati, e smettere di pagare pensioni «eccessive» con più contributi, tasse o debito, perché ogni strada sposta il conto sui giovani. Si può discutere delle soluzioni; il problema, per chi oggi ha trent’anni, no.

Nella mia esperienza: 2069, a 72 anni

Quando ho aperto il simulatore INPS mi aspettavo un numero basso, e invece mi ha stupito la data: 2069, a 72 anni. Poi l’importo, poco più di quello che guadagno oggi: sembra una buona notizia finché non immagini il costo della vita tra 43 anni e ti chiedi se sarà una pensione dignitosa oppure no. Da quel giorno la pensione pubblica per me non è più il piano: è la base. Il piano è un fondo pensione negoziale in comparto azionario, da spostare gradualmente verso il conservativo con l’età, più il piano di accumulo iniziato nel 2018. Alla domanda che sento più spesso, «ma la pensione ci sarà ancora?», rispondo sempre allo stesso modo: sì, ci sarà; ma da sola non basterà più.

Errori da evitare

  • Non aver mai aperto l’estratto conto contributivo. È gratuito, è sul sito INPS, e mostra i buchi quando sei ancora in tempo a fare qualcosa.
  • Contare sulla «pensione minima». Nel contributivo l’assegno è quello che produce il montante, e per la vecchiaia servono 20 anni di contributi.
  • Leggere l’importo simulato in euro di oggi. È in euro di allora, e tra quarant’anni comprerà molto meno. Dividi per due, come regola spiccia, e poi decidi quanto integrare.
  • Rimandare l’integrazione «a quando guadagnerò di più». Nel frattempo si perde la variabile che conta di più, il tempo: ne ho scritto in interesse composto.

Domande frequenti

La pensione ci sarà ancora quando andrò in pensione io?

Sì. Il contributivo è stato disegnato per reggere nel tempo, pagando a ciascuno in proporzione a quanto ha versato. Quello che non ci sarà è una pensione sufficiente da sola: con un tasso di sostituzione del 60-65% lordo, e molto meno per le carriere discontinue, il resto va costruito da soli.

Quando andrò in pensione se ho iniziato a lavorare dopo il 1996?

Con le regole attuali, a 67 anni con 20 anni di contributi e un assegno almeno pari all’assegno sociale; 67 anni e un mese dal 2027, 67 e tre mesi dal 2028. Esiste l’anticipata contributiva a 64 anni, con 20 anni di contributi e un assegno di almeno tre volte l’assegno sociale; e a 71 anni bastano 5 anni di contributi, senza soglia di importo.

Come si calcola la pensione con il sistema misto?

Sommando due quote. La quota retributiva copre gli anni fino al 31 dicembre 1995 (fino al 2011 per chi a quella data aveva almeno 18 anni di contributi) e vale una percentuale della media delle ultime retribuzioni; la quota contributiva copre gli anni successivi con montante e coefficiente.

Come si calcola la pensione netta dal lordo?

Sulla pensione si paga l’IRPEF come sullo stipendio, con gli stessi scaglioni (dal 2026: 23% fino a 28.000 euro, 33% fino a 50.000, 43% oltre) e una detrazione dedicata ai pensionati, più le addizionali regionale e comunale; non si versano contributi. Per un assegno intorno ai 1.600 euro lordi al mese il netto è, indicativamente, un quinto in meno.

Come faccio a sapere quanti contributi ho versato?

Dall’estratto conto contributivo sul sito INPS, con SPID o CIE: elenca ogni periodo, il datore di lavoro e la retribuzione su cui sono stati versati i contributi. Meglio scoprire un buco a trent’anni che a sessantasei.

Fonti e aggiornamenti

  • INPS, scheda «Coefficiente di trasformazione»: inps.it
  • INPS, «Pensioni: requisiti aggiornati per il 2027 e il 2028»: inps.it
  • INPS, simulatore «La mia pensione futura»: inps.it
  • Ragioneria Generale dello Stato, «Le tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e socio-sanitario», Rapporto n. 26 (2025), capitolo 6: rgs.mef.gov.it
  • Agenzia delle Entrate, aliquote IRPEF per scaglioni dal 2026 (Legge di bilancio 2026): agenziaentrate.gov.it
  • Boldrin M., Dolado J., Jimeno J., Peracchi F. (1999), «The future of pensions in Europe», Economic Policy, 14(29), 289-320: academic.oup.com

Ultimo aggiornamento: 7 ottobre 2026 · Testo di Eros Benedetti, consulente finanziario iscritto all’Albo unico OCF. Aliquote, limiti e regole sono quelli in vigore alla data di pubblicazione; gli esempi sono didattici: leggi le avvertenze.

LinkedIn
Facebook
WhatsApp
Email
Immagine di Eros Benedetti

Eros Benedetti

Consulente finanziario iscritto all’Albo unico OCF (delibera n. 2616 del 27/11/2024). Scrivo guide e costruisco calcolatori per aiutarti a capire i soldi senza fretta e senza fregature.

In questo articolo