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Inflazione e risparmi: quanto perde chi lascia i soldi sul conto

Inflazione e risparmi: quanto perde davvero chi tiene i soldi fermi sul conto, cosa protegge il potere d’acquisto e quanta liquidità tenere.
Inflazione e risparmi: quanto perde chi lascia i soldi sul conto

In breve

  • I soldi sul conto non cambiano di numero, ma anno dopo anno comprano meno: con il 2% di inflazione, 10.000 euro valgono 8.200 dopo dieci anni.
  • Nel biennio 2022-2023 i prezzi in Italia sono saliti di circa il 14%: chi aveva tutto fermo ha perso quella quota di potere d’acquisto senza vedere un segno meno.
  • Proteggono i beni che producono reddito e i titoli indicizzati; non proteggono la liquidità e gli asset speculativi senza sottostante. Ferma va tenuta solo la liquidità che serve.

Inflazione e risparmi hanno un rapporto silenzioso: nessuno riceve un estratto conto con scritto «hai perso il 2%», eppure è quello che succede ogni anno a chi lascia tutto sul conto corrente. Il saldo resta identico, e proprio per questo sembra sicuro. Poi, un giorno, ci si accorge che con gli stessi 10.000 euro non si compra più quello che si comprava. In questo articolo faccio i conti: cosa fa l’inflazione ai risparmi, perché in Italia pesa più che altrove, quanto perde davvero una somma ferma per dieci o vent’anni, cosa protegge il potere d’acquisto e cosa no, e quanta liquidità ha senso tenere ferma lo stesso, perché una parte serve.

Cos’è l’inflazione, vista dal conto corrente

L’inflazione è l’aumento generale dei prezzi nel tempo. Definizione da manuale, che però non spiega perché faccia male: il punto è che i tuoi soldi non variano, mentre le cose che compri sì. Cento euro di spesa alimentare del 2021 sono diventati circa 115-120 euro nel 2024; lo stesso carrello, un prezzo diverso. Se nel frattempo i tuoi cento euro sono rimasti cento, hai perso una parte del carrello. Non l’hai vista perché non c’è stata nessuna transazione: nessuna commissione, nessun segno meno. Solo meno cose nel sacchetto.

La Banca centrale europea considera «stabilità dei prezzi» un’inflazione del 2% all’anno. È un obiettivo, non un problema, ed è utile saperlo: significa che, se tutto va secondo i piani, i risparmi fermi perdono comunque il 2% l’anno di potere d’acquisto. L’inflazione «normale» non è zero.

Trent’anni di stipendi fermi: perché in Italia fa più male

C’è un dato che rende il tema più urgente per noi che per un tedesco o un francese. Secondo le serie dell’OCSE, l’Italia è l’unico grande Paese dell’area in cui i salari reali, cioè al netto dell’inflazione, sono rimasti fermi o sono leggermente diminuiti tra il 1990 e il 2020, mentre in Germania e in Francia sono cresciuti di circa un terzo. Tradotto: in trent’anni gli stipendi italiani hanno seguito i prezzi a fatica, e negli anni di inflazione alta come il 2022 li hanno persi di vista.

Le conseguenze per chi risparmia sono due. La prima: non si può contare sugli aumenti di stipendio per «recuperare» l’inflazione, come accadeva in altri decenni. La seconda: il risparmio è l’unico aumento che puoi darti da solo, e per questo va protetto invece di lasciarlo erodere. Se lo stipendio non cresce e i risparmi perdono valore, il conto in fondo alla pagina è uno solo: si diventa più poveri stando fermi.

Quanto perde 10.000 euro fermi sul conto

La tabella mostra il potere d’acquisto di 10.000 euro lasciati su un conto a rendimento zero, con tre livelli di inflazione media annua. Il 2% è l’obiettivo della BCE e più o meno la media italiana degli ultimi venticinque anni; il 3% è uno scenario un po’ meno benigno; il 5% ricorda cosa può succedere in un decennio con un paio di anni difficili.

Inflazione media annuaDopo 5 anniDopo 10 anniDopo 20 anni
2%9.060 €8.200 €6.730 €
3%8.630 €7.440 €5.540 €
5%7.840 €6.140 €3.770 €
Potere d’acquisto di 10.000 euro fermi a rendimento zero, in euro di oggi. Valori arrotondati.

Il numero sul conto è sempre 10.000. Ma nella riga «normale», quella del 2%, dopo vent’anni compri due terzi di quello che compravi. Nella riga peggiore, poco più di un terzo. E non serve andare così lontano: secondo l’Istat l’inflazione media annua in Italia è stata dell’8,1% nel 2022 e del 5,7% nel 2023. Messi insieme fanno circa il 14%: 10.000 euro fermi a gennaio 2022 valevano, a fine 2023, l’equivalente di circa 8.750 euro. Due anni, un ottavo dei risparmi, nessun estratto conto a segnalarlo.

Cosa protegge davvero dall’inflazione (e cosa no)

Il criterio che uso per rispondere è uno solo: protegge dall’inflazione ciò che ha un sottostante in grado di produrre reddito, e che quindi può adeguare i propri prezzi e i propri guadagni al costo della vita. Non protegge ciò che vale solo quanto qualcun altro è disposto a pagarlo domani.

Ciò che tende a proteggere

  • Le azioni, in modo diversificato. Le aziende vendono beni e servizi ai prezzi correnti: quando i prezzi salgono, nel tempo salgono anche i loro ricavi e i loro utili. Nel breve possono soffrire, nel lungo periodo sono storicamente lo strumento che ha battuto l’inflazione con più margine. Restano volatili, come ho spiegato in rischio e volatilità.
  • Le obbligazioni indicizzate all’inflazione. Titoli, anche di Stato, in cui capitale o cedole crescono con l’indice dei prezzi. Sono lo strumento costruito apposta; hanno un rendimento reale spesso modesto e, come tutte le obbligazioni, oscillano se vendute prima della scadenza.
  • Gli immobili messi a reddito. Un affitto si adegua ai prezzi. Un immobile vuoto, no: costa e basta.
  • L’oro, in parte. Storicamente ha conservato valore su orizzonti lunghissimi, ma con oscillazioni enormi nel mezzo: è un’osservazione valida, non una garanzia.

Ciò che non protegge

  • La liquidità. Conto corrente e contanti perdono esattamente l’inflazione, ogni anno.
  • Le obbligazioni a tasso fisso lunghe. Una cedola fissa vale sempre meno in termini reali, e se l’inflazione fa salire i tassi il prezzo scende. Il 2022 lo ha mostrato a molti risparmiatori affezionati ai titoli di Stato a lunga scadenza; ne ho scritto nell’articolo su prezzo, cedola e rendimento delle obbligazioni.
  • Gli asset speculativi senza sottostante. Ciò che non produce reddito e non ha un valore intrinseco, criptovalute comprese, può salire o scendere per qualsiasi motivo tranne l’inflazione. Comprarli «per difendersi dai prezzi» è una scommessa, non una protezione.

Quanta liquidità tenere ferma

Detto tutto questo, una parte dei risparmi deve restare ferma, e va accettato che perda un po’ di valore: è il prezzo della tranquillità, e lo si paga volentieri. La liquidità serve a due cose, gli imprevisti e le spese programmate a breve, e va dimensionata su quelle.

Per gli imprevisti la mia regola è tenere fermo lo stretto necessario per vivere tre mesi senza alcun tipo di reddito, contando le spese essenziali. In base alla propria tolleranza e alla stabilità del lavoro si può alzare a sei mesi, o oltre: io stesso in alcune fasi ho tenuto cuscinetti di un anno, e non lo considero un errore, ma una scelta consapevole per quel momento. Per le spese programmate vale la regola dei cinque anni: se devi comprare casa, un’auto o pagare un matrimonio entro quel termine, quei soldi non vanno esposti ai mercati, perché un ribasso arrivato nel momento sbagliato costerebbe più dell’inflazione.

Nella mia esperienza: 50.000 euro fermi, e aveva ragione lui

Conosco una persona che ha tenuto per anni circa 50.000 euro sul conto. Sulla carta, l’esempio perfetto di cosa non fare: con l’inflazione degli ultimi anni ha perso migliaia di euro di potere d’acquisto. Ma quei soldi avevano una destinazione precisa e vicina, l’acquisto di un appartamento, e l’orizzonte era breve. Investirli avrebbe significato rischiare di ritrovarsi con meno del necessario proprio il giorno del rogito. È stata la scelta più consapevole per lui, e gliel’ho detto. L’inflazione è un costo certo ma limitato; un ribasso del 30% sui soldi della casa è un costo che non ti puoi permettere. Il problema non è tenere liquidità: è tenerla senza un motivo, per anni, chiamandola prudenza.

Un esempio con i numeri: rendimento reale

Quello che conta non è quanto rende un investimento, ma quanto rende al netto dell’inflazione: il rendimento reale. La tabella confronta tre modi di tenere 10.000 euro per dieci anni con un’inflazione media del 2%. Ipotesi didattiche, rendimenti costanti, tasse escluse.

Dove stanno i soldiRendimento nominaleValore dopo 10 anniPotere d’acquisto in euro di oggi
Conto corrente0%10.000 €8.200 €
Strumento di liquidità2%12.190 €10.000 €
Portafoglio diversificato5%16.290 €13.360 €
Con il 2% di rendimento e il 2% di inflazione sei semplicemente rimasto fermo: il potere d’acquisto è lo stesso di dieci anni prima.

La seconda riga è la più istruttiva: uno strumento che rende quanto l’inflazione non ti fa guadagnare niente, ti fa solo non perdere. È il ruolo giusto per la liquidità di emergenza, ed è il ruolo sbagliato per i risparmi di lungo periodo. Sulla terza riga vale l’avvertenza di sempre: il 5% non è garantito da nessuno, oscilla, e per ottenerlo bisogna accettare anni in rosso.

Errori da evitare

  • Scambiare «fermo» per «sicuro». Il conto corrente ha un rischio certo: l’inflazione.
  • Tenere liquidità senza motivo. Un cuscinetto ha una misura; «prima o poi mi servirà» non è una misura.
  • Investire i soldi della casa per «non perdere valore». Su orizzonti brevi il rischio di mercato è più grande dell’inflazione.
  • Cercare protezione negli asset speculativi. Se non c’è un sottostante che produce reddito, non c’è protezione.
  • Guardare solo il rendimento nominale. Il 3% con il 5% di inflazione è una perdita.

Domande frequenti

Un’inflazione al 2% è un problema per i risparmi?

È la normalità, non un’emergenza, ma sui risparmi fermi produce comunque un terzo di potere d’acquisto in meno in vent’anni. Il modo per neutralizzarla è far rendere almeno il 2% alla liquidità e investire il resto con un orizzonte lungo.

Il conto deposito batte l’inflazione?

A volte sì, a volte no: dipende dal tasso offerto, dalla tassazione al 26% e dall’inflazione di quell’anno. In genere serve a non perdere, non a guadagnare, ed è già un ottimo lavoro per la liquidità di emergenza.

I BTP proteggono dall’inflazione?

Quelli a tasso fisso no: la cedola è fissa e, se l’inflazione fa salire i tassi, il prezzo scende. Esistono titoli di Stato indicizzati all’inflazione, costruiti proprio per questo scopo, che vanno comunque valutati per scadenza e rendimento reale.

Devo investire tutto per non perdere valore?

No. Il fondo di emergenza e le spese dei prossimi cinque anni vanno tenuti liquidi, accettando di perdere un po’ di inflazione in cambio della certezza di averli. Si investe il resto, con la quota di rischio decisa a mente fredda: la guida per chi inizia spiega da dove partire.

Fonti e aggiornamenti

  • Istat, indici dei prezzi al consumo e inflazione media annua (2022: 8,1%; 2023: 5,7%): istat.it
  • Banca centrale europea, obiettivo di inflazione del 2% e definizione di stabilità dei prezzi: ecb.europa.eu
  • OCSE, serie sui salari reali medi per Paese (Average annual wages): oecd.org
  • Banca d’Italia, «L’economia per tutti», schede sull’inflazione e sul potere d’acquisto: economiapertutti.bancaditalia.it
  • MEF, Dipartimento del Tesoro, titoli di Stato indicizzati all’inflazione: dt.mef.gov.it

Ultimo aggiornamento: 14 settembre 2026 · Testo di Eros Benedetti, consulente finanziario iscritto all’Albo unico OCF. Gli esempi hanno ipotesi semplificate a scopo didattico: leggi le avvertenze.

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Immagine di Eros Benedetti

Eros Benedetti

Consulente finanziario iscritto all’Albo unico OCF (delibera n. 2616 del 27/11/2024). Scrivo guide e costruisco calcolatori per aiutarti a capire i soldi senza fretta e senza fregature.

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