In breve
- Tre famiglie, tre livelli di costo: secondo la COVIP l’indicatore sintetico dei costi (ISC) medio su 35 anni è 0,47% per i fondi negoziali, 1,36% per i fondi aperti, 2,17% per i PIP. Se hai il negoziale di categoria, di norma parti da lì.
- I costi contano più di quanto sembri: 100 euro al mese per 35 anni, con un rendimento lordo ipotetico del 4%, diventano circa 81.800 euro con un ISC dello 0,47% e circa 58.600 con il 2,17%. Stessi versamenti, 23.000 euro di differenza.
- Il comparto va scelto con l’età, non con il carattere: si parte dall’azionario puro e si aggiunge un 15% di obbligazionario a ogni scaglione, a 30, 40, 50 e 60 anni. Il garantito a trent’anni è quasi sempre un errore.
Quale fondo pensione scegliere è la domanda che arriva subito dopo «apro un fondo pensione?», e in genere arriva con una brochure in mano. La risposta dipende da tre cose: la famiglia del fondo (negoziale, aperto o PIP), i costi, e il comparto in cui metti i soldi rispetto agli anni che ti separano dalla pensione. Io ho un fondo negoziale, in comparto azionario con passaggio graduale verso il conservativo con gli anni: ho scelto la formula che più si adattava al mio stile. In questo articolo spiego le tre famiglie, cos’è l’ISC e quanto pesa in trentacinque anni, i comparti, la regola per abbinarli all’età, il contributo del datore di lavoro, e come usare il comparatore della COVIP per confrontare i fondi senza farsi vendere niente.
Quale fondo pensione scegliere?
Di norma il fondo negoziale della tua categoria, se c’è: costi più bassi e contributo del datore di lavoro, che nessun altro contenitore ti dà. Se non c’è, un fondo aperto con ISC basso scelto sul comparatore COVIP; il PIP solo se regge il confronto sui costi. Poi il comparto: azionario da giovani, più prudente verso l’uscita.
È la risposta breve; il resto dell’articolo la motiva con i numeri: una strategia decisa nel momento della firma pesa per trentacinque anni e vale più di qualsiasi brochure.
Fondo pensione negoziale (chiuso), aperto o PIP: le tre famiglie
Tre contenitori, stessa vigilanza (la COVIP) e stesse regole fiscali, ma costi e accesso molto diversi.
- Fondi negoziali (o chiusi). Nascono dai contratti collettivi e sono riservati ai lavoratori di un settore o di un’azienda. Non hanno scopo di lucro, la gestione è affidata a gestori selezionati con gare, i costi sono i più bassi (ISC medio 0,47% su 35 anni) e sono gli unici in cui il datore di lavoro aggiunge un contributo suo. È anche dove finisce il TFR con il silenzio-assenso, sei mesi dopo l’assunzione.
- Fondi aperti. Istituiti da banche, società di gestione e assicurazioni, sono aperti a tutti: dipendenti senza un negoziale, autonomi, professionisti. Costi intermedi (ISC medio 1,36%), con differenze grandi tra un fondo e l’altro.
- PIP (piani individuali pensionistici). Contratti di assicurazione sulla vita con finalità previdenziale, venduti da compagnie e dalle loro reti. Aperti a tutti, spesso proposti allo sportello, e in media i più costosi: ISC medio 2,17%.
La regola pratica: chi ha un negoziale disponibile parte da lì; chi non ce l’ha confronta i fondi aperti; il PIP va valutato con lo stesso metro, e di rado regge il confronto sui costi. Sul perché integrare la pensione pubblica rimando a quanto prenderai di pensione, su cosa fare del TFR a fondo pensione o ETF: qui do per scontato che il fondo lo apri, e ragiono su quale.
Costi: l’ISC e un esempio con i numeri su 35 anni
L’indicatore sintetico dei costi è la percentuale del tuo patrimonio che ogni anno se ne va in spese di adesione, gestione e amministrazione. Lo calcola la COVIP con lo stesso metodo per tutti i fondi, per un aderente tipo, su quattro orizzonti: 2, 5, 10 e 35 anni. Il numero da guardare è quello a 35 anni, perché la pensione è un investimento da trentacinque anni; quello a 2 anni serve a scoprire i fondi che caricano tutto all’inizio.
Un esempio. Tre persone versano 100 euro al mese per 35 anni, 42.000 euro in tutto, in tre fondi che investono nello stesso identico modo e ottengono lo stesso rendimento lordo, ipotizzato al 4% l’anno (non è una previsione). L’unica differenza è l’ISC: le medie COVIP delle tre famiglie.
| Fondo | ISC annuo | Rendimento netto | Montante a 35 anni | Costi cumulati |
|---|---|---|---|---|
| Senza costi (teorico) | 0% | 4,00% | circa 90.000 € | 0 € |
| Negoziale medio | 0,47% | 3,53% | circa 81.800 € | circa 8.200 € |
| Aperto medio | 1,36% | 2,64% | circa 68.500 € | circa 21.500 € |
| PIP medio | 2,17% | 1,83% | circa 58.600 € | circa 31.400 € |
Tra il negoziale medio e il PIP medio ballano circa 23.000 euro, il 28% del montante: più di metà dei soldi versati. Nessuna abilità del gestore, nessun mercato: solo costi, ogni anno, sempre. E la tabella usa le medie: esistono PIP con ISC oltre il 3% e PIP con costi vicini agli aperti, per questo il confronto va fatto sul singolo fondo.
I comparti: garantito, obbligazionario, bilanciato, azionario
Ogni fondo offre più comparti, cioè più modi di investire i contributi, e la scelta del comparto pesa quanto quella del fondo. Il garantito punta a restituire almeno il capitale in certi eventi previsti dal regolamento, e lo paga con rendimenti bassi: è il comparto in cui finisce il TFR di chi non sceglie. L’obbligazionario, puro o misto, investe soprattutto in titoli di Stato e obbligazioni. Il bilanciato mescola azioni e obbligazioni in proporzioni vicine alla metà. L’azionario investe per lo più in azioni: oscilla di più e, storicamente, sul lungo periodo ha reso di più.
I dati storici, storia e non promessa: nel decennio 2016-2025 i comparti dei fondi negoziali hanno reso in media all’anno lo 0,7% i garantiti, lo 0,5% gli obbligazionari puri, il 2,6% gli obbligazionari misti, il 2,7% i bilanciati e il 4,8% gli azionari (COVIP, relazione 2025). Un esempio didattico di cosa significa: un trentenne finito nel garantito con il silenzio-assenso, che versa 150 euro al mese per dieci anni, con lo 0,7% avrebbe circa 18.600 euro; con il 4,8% dell’azionario circa 22.900. Stessi versamenti, stesso fondo, quattromila euro in meno nel decennio in cui il tempo vale di più. Non è una previsione sui prossimi dieci anni: è quanto è costata la prudenza sbagliata in quelli passati.
Quale comparto scegliere in base all’età: il ciclo di vita
La mia regola è la stessa che uso per il resto del portafoglio, descritta in asset allocation: si parte dall’azionario puro e si aggiunge un 15% di obbligazionario a ogni scaglione d’età. A 30 anni 85% azioni e 15% obbligazioni, a 40 anni 70/30, a 50 anni 55/45, a 60 anni 40/60. L’ideale è una scala: chi ha trentacinque anni di tempo può permettersi le oscillazioni dell’azionario, perché ha decenni per recuperare i ribassi, come ho spiegato in rischio e volatilità; chi ne ha cinque no, perché un −30% l’anno prima della pensione non si recupera. Nei fondi la scala si applica cambiando comparto (lo «switch») o scegliendo, dove esiste, il percorso «ciclo di vita» che sposta i soldi da solo.
Due precisazioni. I comparti non hanno pesi standard: un «bilanciato» può avere il 30% o il 60% di azioni, quindi la scala va letta sulla composizione reale scritta nella nota informativa, non sul nome. E l’ultimo tratto conta più del primo: negli ultimi cinque anni prima dell’uscita si scende ancora, verso l’obbligazionario o il garantito, perché è lì che un ribasso fa danni veri. Se pensi di usare la RITA, la rendita anticipata, quel tratto comincia prima.
TFR o fondo pensione? Contributo del datore e deducibilità
Prima il TFR, perché la domanda «TFR o fondo pensione?» arriva insieme all’altra. Lasciato in azienda si rivaluta ogni anno dell’1,5% fisso più il 75% dell’inflazione e all’uscita è tassato con l’aliquota IRPEF media, almeno il 23%; nel fondo segue il rendimento del comparto ed è tassato dal 15% al 9%, ma resta vincolato fino alla pensione, salvo anticipazioni e riscatti: è lo svantaggio vero, da mettere in conto.
Il contributo del datore di lavoro è il motivo per cui il negoziale batte quasi sempre gli altri due prima ancora di guardare i costi: in genere tra l’1% e il 2% della retribuzione, versato dall’azienda in aggiunta allo stipendio, ma solo se aderisci al fondo di categoria versando anche la tua quota minima. Su una retribuzione di 28.000 euro l’1% sono 280 euro l’anno, il 2% 560; in 35 anni, con un rendimento netto ipotetico del 3,5%, diventano circa 19.000 e circa 38.000 euro. È capitale che, se non aderisci, non esiste. A chi ha il negoziale e non lo usa dico sempre: stai lasciando un bel po’ di capitale sul piatto; valuta bene le tue opzioni, perché è molto conveniente.
Il resto in breve, perché l’ho già trattato. Il TFR vale il 6,91% della retribuzione (circa 1.935 euro l’anno su 28.000) e nel fondo non consuma il limite di deducibilità. I contributi tuoi e del datore si deducono fino a 5.300 euro l’anno; chi ha iniziato a lavorare dopo il 2007 può dedurre, dal sesto anno e per vent’anni, fino a 7.950 euro l’anno, recuperando il plafond non usato nei primi cinque. E il vantaggio fiscale è identico per negoziali, aperti e PIP: lo sconto non è un argomento a favore di un contenitore costoso, perché te lo dà lo Stato, non il fondo.
Come confrontare i fondi con il comparatore COVIP, passo passo
La COVIP pubblica gratis tutti i numeri che servono, e nessuno ti telefona dopo. Così li uso io.
- Apri il comparatore dei costi sul sito della COVIP, l’«ISC dinamico»: elenca tutti i fondi autorizzati con il loro indicatore.
- Filtra per tipologia (negoziali, aperti, PIP) e per categoria di comparto, così confronti azionari con azionari e garantiti con garantiti: mescolarli falsa il confronto.
- Ordina per ISC a 35 anni e segna i valori medi di riferimento: 0,47%, 1,36%, 2,17%. Un fondo sopra la media della sua famiglia deve avere una ragione molto buona; di solito non ce l’ha.
- Guarda anche l’ISC a 2 anni: se è molto più alto di quello a 35, il fondo carica i costi all’inizio, e cambiarlo dopo pochi anni costa caro.
- Passa all’elenco dei rendimenti, sempre sul sito COVIP, e confronta i comparti della stessa categoria su dieci anni, mai su uno: un anno buono non dice nulla.
- Per i due o tre fondi rimasti scarica la nota informativa e leggi la scheda dei costi e la composizione del comparto: è lì che scopri quante azioni ha davvero un «bilanciato». Solo adesso, se vuoi, parla con chi il fondo lo vende: arrivi con i numeri, e la conversazione cambia.
Nella mia esperienza: negoziale, azionario, poi giù piano
Ho un fondo pensione negoziale, e l’ho scelto per le due ragioni di questo articolo: i costi più bassi che potessi trovare e il contributo del datore di lavoro, che nessun altro contenitore mi avrebbe dato. Il comparto è azionario, con passaggio graduale verso il conservativo con il passare degli anni: la scala del 15% a ogni decennio è la stessa che applico al resto del portafoglio. Ho scelto la formula che più si adattava al mio stile, quello di chi ha una data lontana e non guarda il fondo ogni mese. Quello che non ho fatto è aprire il primo prodotto proposto: il comparatore COVIP l’ho usato prima di firmare. È quello che consiglio a chiunque mi chieda quale fondo pensione scegliere: prima i numeri, poi la brochure.
Errori da evitare
- Restare nel garantito a trent’anni. È il comparto del silenzio-assenso, non una scelta, e con trentacinque anni davanti costa più di qualsiasi ribasso.
- Non versare la quota minima e perdere il contributo del datore. È l’unico caso in finanza in cui qualcuno ti regala l’1-2% dello stipendio: rifiutarlo è il peggior affare possibile.
- Scegliere il fondo da chi lo vende. Un PIP con ISC del 2-3% è quasi sempre proposto, mai cercato. Prima il comparatore, poi lo sportello.
- Cambiare comparto dopo un ribasso. Passare dall’azionario al garantito nel 2020 o nel 2022 ha trasformato oscillazioni in perdite. La scala si scende con l’età, non con la paura.
- Dimenticarsi del fondo per trent’anni. Il comparto scelto a 28 anni non è quello giusto a 58: una verifica ogni cinque anni, e la discesa negli ultimi cinque.
Domande frequenti
Come funziona un fondo pensione?
Versi contributi tuoi, quelli del datore se aderisci al negoziale e, se vuoi, il TFR; il fondo li investe nel comparto che scegli e alla pensione ti restituisce il montante in rendita, oppure fino alla metà in capitale. I contributi si deducono fino a 5.300 euro l’anno e i rendimenti sono tassati al 20% invece del 26%.
Quale fondo pensione scegliere per il TFR?
Lo stesso che sceglieresti per i contributi: il negoziale di categoria se c’è, altrimenti un aperto con ISC basso. Il TFR versato nel fondo non consuma il limite di deducibilità, ma da solo non fa scattare il contributo del datore, che richiede anche la tua quota. E un ISC alto erode il TFR quanto erode i contributi.
Ho un PIP costoso: posso passare a un fondo negoziale?
Sì, se hai un negoziale a cui puoi aderire: il trasferimento è previsto dalla legge e mantiene l’anzianità di partecipazione utile per fisco e anticipazioni. Controlla nel regolamento del PIP il periodo minimo di permanenza e gli eventuali costi di uscita.
Quanto devo versare per avere il contributo del datore di lavoro?
La quota minima fissata dal tuo contratto collettivo, in genere una piccola percentuale della retribuzione, indicata nella nota informativa del fondo. Il contributo dell’azienda scatta solo con quella: versare il solo TFR non basta.
Se cambio lavoro e settore, cosa succede al fondo negoziale?
La posizione resta tua: puoi trasferirla al negoziale del nuovo contratto, mantenendo l’anzianità, o lasciarla dove si trova. Senza un fondo di categoria nel nuovo lavoro, un fondo aperto con ISC basso è la destinazione naturale.
Il comparto garantito è davvero senza perdite?
La garanzia riguarda in genere la restituzione di quanto versato in eventi precisi indicati dal regolamento, come il pensionamento; nel frattempo il valore può oscillare. E si paga: nel decennio 2016-2025 i garantiti hanno reso in media lo 0,7% l’anno, meno dell’inflazione. Ha senso negli ultimi anni prima dell’uscita, non a trenta.
Fonti e aggiornamenti
- COVIP, valori medi dell’ISC per tipologia di forma pensionistica (relazione 2025, giugno 2026): covip.it
- COVIP, comparatore dei costi «ISC dinamico»: covip.it/isc_dinamico
- COVIP, elenco dei rendimenti dei comparti (medie 2025 e decennio 2016-2025): covip.it
- COVIP, guida alla previdenza complementare, silenzio-assenso, trasferimenti e RITA: covip.it
- Mefop, deducibilità ed extra-deducibilità dei contributi dopo la Legge di bilancio 2026 (5.300 e 7.950 euro): mefop.it
Ultimo aggiornamento: 13 ottobre 2026 · Testo di Eros Benedetti, consulente finanziario iscritto all’Albo unico OCF. Aliquote, limiti e regole sono quelli in vigore alla data di pubblicazione; gli esempi sono didattici: leggi le avvertenze.
- Tag: fondo pensione, previdenza, tfr
Eros Benedetti
Consulente finanziario iscritto all’Albo unico OCF (delibera n. 2616 del 27/11/2024). Scrivo guide e costruisco calcolatori per aiutarti a capire i soldi senza fretta e senza fregature.


