In breve
- Quanto risparmiare al mese? Come riferimento il 20% del reddito netto: è il tasso di risparmio, la quota delle entrate che non spendi, e nei primi vent’anni pesa sul risultato più del rendimento.
- Non esiste una percentuale giusta per tutti: la media delle famiglie italiane è intorno all’8%, il 20% dei manuali è un buon traguardo, io sono passato dal 10% al 30% alzando la quota a ogni aumento di stipendio.
- Le tre leve che lo alzano di più sono abbonamenti, cibo fuori e auto. Nessuna richiede di vivere da monaco.
Quanto risparmiare al mese è la domanda che tutti fanno; la risposta utile, però, è una percentuale: il tasso di risparmio, il numero più importante della finanza personale, che quasi nessuno conosce. Sappiamo quanto guadagniamo, abbiamo un’idea di quanto spendiamo, ma la quota che resta ogni mese, quella che decide davvero quando potremo smettere di lavorare, raramente l’abbiamo calcolata. Io sono partito dal 10% e oggi sono al 30%, e la differenza non l’ha fatta un investimento azzeccato: l’ha fatta non alzare il tenore di vita a ogni aumento di stipendio. In questo articolo spiego come si calcola il tasso di risparmio, perché conta più del rendimento, quanto mettere da parte in Italia oggi, come alzarlo senza rinunce tristi, e come cambia nelle diverse fasi della vita.
Quanto risparmiare al mese?
Il 20% del reddito netto, come ordine di grandezza: 400 euro su 2.000 al mese. È il tasso di risparmio, la quota delle entrate nette che non spendi; la media delle famiglie italiane è intorno all’8%. Il numero giusto è personale: il 10% è una partenza onesta con uno stipendio d’ingresso, il 30% compra tempo.
La domanda arriva in euro, «quanti soldi devo mettere da parte?», ma la risposta utile è in percentuale: 300 euro sono tanti su 1.500 netti e pochi su 4.000. Per questo l’articolo ragiona in tasso di risparmio: come si calcola, quanto vale in Italia, come alzarlo e come cambia con l’età.
Cos’è il tasso di risparmio e come si calcola
Il tasso di risparmio è la parte del reddito che non spendi, in percentuale. La formula è una divisione: entrate nette meno spese, diviso entrate nette. Se guadagni 2.000 euro netti al mese e ne spendi 1.700, risparmi 300 euro: il 15%. Il difficile non è la formula, è conoscere le spese: si parte dall’estratto del conto corrente e si arriva al budget mensile.
Poi ci sono le convenzioni, e qui vale una regola sola: scegline una e tienila fissa, così puoi confrontare gli anni tra loro. La più semplice, quella che uso in questo articolo: al numeratore tutto ciò che finisce in risparmio e investimenti, compresi il fondo di emergenza mentre lo costruisci e i versamenti volontari al fondo pensione; al denominatore il netto in busta paga. Il TFR e i contributi del datore di lavoro restano fuori, perché non passano dal tuo conto. La quota capitale della rata del mutuo è un risparmio «forzato» ma non spendibile: chi vuole essere preciso la conta a parte.
Io lo calcolo partendo da quanto spendo mediamente ogni mese: la spesa media la conosco, la quota da mettere da parte l’ho decisa una volta, e la seguo in modo rigido. Non mi chiedo ogni mese quanto risparmiare; mi chiedo solo se ho rispettato la quota. Un numero, una convenzione, un controllo l’anno: non serve altro.
Perché conta più del rendimento (con i numeri)
Il rendimento fa notizia, il tasso di risparmio no; eppure per almeno i primi vent’anni è il secondo a decidere il risultato. Il motivo è aritmetico: il rendimento agisce su quello che hai già accumulato, e all’inizio hai poco; il tasso di risparmio agisce su quello che versi, ed è l’unica cosa che controlli davvero.
Un confronto lo rende evidente. Chi mette da parte 200 euro al mese per vent’anni con un rendimento ipotetico del 5% l’anno (ipotesi, non previsione) arriva a circa 82.000 euro. Chi mette da parte 600 euro al mese e li lascia fermi a rendimento zero arriva a 144.000. Anche con un 8% l’anno, ipotesi generosa, i 200 euro al mese si fermano a circa 118.000: meno di chi ha risparmiato il triplo senza investire affatto. Le due cose insieme sono la combinazione giusta; ma nei primi anni l’energia va sulla quota che versi. Del meccanismo che fa crescere i versamenti nel tempo ho scritto in interesse composto.
Secondo motivo, meno intuitivo. Il tasso di risparmio decide anche quanto ti serve per vivere di rendita: chi risparmia il 50% del reddito vive con l’altro 50%, quindi gli serve un capitale più piccolo, e lo accumula più in fretta. Con ipotesi didattiche molto semplificate (rendimento reale del 5% l’anno, capitale necessario pari a 25 volte la spesa annua, come nella regola del 4% di Bengen) chi risparmia il 10% ci mette circa 51 anni, il 30% circa 28, il 50% circa 17. Sono ordini di grandezza, non promesse: in Italia, con tasse e costi, il capitale necessario è più alto. Dell’indipendenza finanziaria e della regola del 4% parlo in un articolo in uscita tra qualche giorno.
Quanto mettere da parte al mese: 10, 20 o 30 per cento
I manuali e i consigli in giro dicono 20%. È realistico? Sì, ma non per tutti. La propensione al risparmio delle famiglie italiane era dell’8,0% nel primo trimestre 2026 (ISTAT): chi arriva al 20% fa due volte e mezzo la media nazionale. La media nasconde una disparità enorme: secondo la Banca d’Italia il 10% più ricco delle famiglie detiene il 60,6% della ricchezza netta, la metà meno abbiente il 7,2%. I giovani, con stipendi d’ingresso e affitti alti, sono molto più svantaggiati delle generazioni che hanno comprato casa quando costava poco: una persona sola tra i 18 e i 34 anni spende in media 1.893 euro al mese (ISTAT, dati 2024), e per chi paga 700 euro di affitto su 1.400 netti il 20% non è un obiettivo, è una presa in giro.
Per questo preferisco una scala a un numero. Sotto il 5% sei fermo: ogni imprevisto ti riporta a zero. Al 10% stai costruendo qualcosa, lentamente: è da dove sono partito io. Al 20% sei sopra la media e in linea con i manuali. Al 30% e oltre stai comprando tempo: ogni dieci anni di lavoro ne finanziano più di quattro senza stipendio. Il numero giusto è il più alto che riesci a tenere senza saltare mai un mese.
Come alzarlo senza vivere da monaco
Le leve non sono tutte uguali. Tagliare il caffè al bar aiuta il morale, ma le voci che alzano davvero il tasso di risparmio sono tre.
- Abbonamenti. Streaming, palestra non frequentata, servizi dimenticati: ognuno costa poco, la somma no. Una volta l’anno passa l’estratto conto e cancella ciò che non hai usato negli ultimi due mesi: quindici minuti, effetto permanente.
- Cibo fuori e consegne a domicilio. È la voce variabile più elastica e più sottovalutata: tagliarla anche solo a metà fa salire il tasso di risparmio in modo vertiginoso. Non serve smettere: serve decidere prima quante volte.
- Auto. È la spesa grossa che quasi nessuno mette in discussione: rata, assicurazione, bollo, carburante, manutenzione, parcheggio. Se le condizioni lo permettono (città servita, lavoro raggiungibile), rinunciare all’auto, o alla seconda auto in famiglia, sposta il tasso di risparmio di interi punti, non di decimali. Non è possibile per tutti; quando lo è, è la leva più potente.
Due profili costruiti apposta mostrano quanto conti la colonna delle spese rispetto a quella del reddito. Il primo guadagna bene, ipotizziamo 3.500 euro netti al mese, e ne risparmia 100: casa grande, due auto di cui una a rate, un weekend fuori al mese e un tenore di vita cresciuto insieme allo stipendio. Tasso di risparmio: meno del 3%. Il secondo guadagna 1.500 euro netti, divide l’affitto, va in bici e cucina: mette da parte 300 euro al mese, il 20%. Dopo dieci anni il secondo ha versato 36.000 euro, il primo 12.000. Lo stipendio del primo è più del doppio; il patrimonio no.
E qui arriva l’obiezione: «la vita è una», «risparmiare è triste». Rispondo che si può vivere bene, e divertirsi, anche risparmiando: il punto non è rinunciare a tutto, è decidere prima a cosa non rinunciare.
Il tasso di risparmio nelle diverse fasi della vita
Il tasso di risparmio non è una costante: cambia con la vita, e va bene così. Quello che non deve cambiare è la direzione.
- Vent’anni, primo lavoro. Stipendio basso ma spese basse, se si vive con i genitori o si divide casa: il tasso può essere alto con poca fatica, ed è la fase in cui il tempo vale di più. Io ero al 10%: era quello che reggeva, e l’importante era partire.
- Trent’anni, mutuo e figli. Le spese fisse salgono e il tasso scende, fisiologicamente. La quota capitale del mutuo è parte del risparmio, e tenere un 10-15% liquido oltre alla rata, su un conto deposito, è già un buon risultato; il fondo di emergenza va alzato prima di alzare il piano di accumulo.
- Quaranta e cinquant’anni. Reddito al massimo, figli che crescono: il tasso può risalire verso il 30% e oltre. Ogni euro versato adesso ha meno tempo per crescere: è la fase in cui recuperare, non quella in cui rilassarsi.
- Ogni aumento di stipendio. In qualsiasi fase, la regola più efficace che conosco: una parte fissa di ogni aumento (metà, per esempio) va alla quota risparmiata il giorno in cui arriva, prima che il tenore di vita se la prenda. È così che sono passato dal 10% al 30%.
Un esempio con i numeri: due colleghi, stesso stipendio
Due colleghi, stesso stipendio: 2.000 euro netti al mese. Il primo risparmia il 10%, 200 euro; il secondo il 30%, 600 euro. Entrambi investono con un piano di accumulo per vent’anni con un rendimento ipotetico del 5% l’anno netto: ipotesi didattica, non una previsione.
| Collega | Tasso di risparmio | Al mese | Versato in 20 anni | Capitale finale (ipotesi) |
|---|---|---|---|---|
| Primo, al 5% l’anno | 10% | 200 € | 48.000 € | circa 82.000 € |
| Secondo, al 5% l’anno | 30% | 600 € | 144.000 € | circa 247.000 € |
| Primo, all’8% l’anno | 10% | 200 € | 48.000 € | circa 118.000 € |
Il secondo collega finisce con tre volte il capitale del primo, esattamente come il rapporto tra i versamenti: il rendimento moltiplica, ma moltiplica quello che c’è. Anche se il primo trovasse per vent’anni di fila un investimento migliore, l’8% contro il 5%, arriverebbe a circa 118.000 euro: meno della metà del collega. Per rifare i conti con i tuoi numeri c’è il calcolatore di interesse composto del sito: cambia il versamento mensile, poi il rendimento, e guarda quale dei due sposta di più il risultato. Prima di cercare il rendimento migliore, cerca la quota migliore.
Nella mia esperienza: dal 10% al 30%, un aumento alla volta
All’inizio risparmiavo il 10% dello stipendio: non era una scelta filosofica, era quello che restava. Oggi sono al 30%, e il salto non l’ha fatto un rendimento fortunato: l’ha fatto il modo in cui ho trattato ogni aumento di reddito. A ogni incremento ho alzato la quota risparmiata invece del tenore di vita; non ho ceduto alla «lifestyle inflation», le spese che crescono un passo dietro allo stipendio. Il meccanismo è quello del «paga prima te stesso»: la quota parte il giorno dello stipendio, e io vivo con quello che resta. A chi mi dice che risparmiare è triste rispondo con la mia regola: risparmia continuando a pensare a come sarà la tua vita quando andrai in pensione prima di tutti. Non è una rinuncia, è un anticipo.
Errori da evitare
- Calcolarlo sul lordo. Il 20% di un lordo da 30.000 euro è una cifra che in busta paga non esiste: si usa il netto, sempre.
- Contare il risparmio che poi spendi. Se i 300 euro messi da parte a marzo pagano le vacanze ad agosto, non è risparmio: è spesa rinviata.
- Fissare una quota da eroe. Il 40% deciso a gennaio e abbandonato a marzo vale meno di un 15% tenuto per dieci anni.
- Ignorare gli aumenti. Ogni scatto di stipendio assorbito dalle spese è un’occasione persa: la quota si alza il giorno in cui arriva l’aumento, non «più avanti».
- Confondere tasso di risparmio e rendimento. Il primo lo controlli tu, il secondo no: l’energia va dove c’è controllo.
Domande frequenti
Qual è un buon tasso di risparmio in Italia?
Il 20% è un buon traguardo per chi ha spese fisse contenute; il 10% è un punto di partenza onesto con uno stipendio d’ingresso e un affitto alto. Più del numero conta la direzione: se sale ogni anno, stai facendo la cosa giusta.
Quanto risparmiano gli italiani al mese?
In media poco: la propensione al risparmio delle famiglie era all’8,0% del reddito disponibile nel primo trimestre 2026 (ISTAT), cioè circa 160 euro su 2.000 netti. La media nasconde due Italie: chi ha casa e stipendio maturo mette da parte molto di più, chi paga un affitto con un reddito d’ingresso spesso non arriva a zero.
Quanto risparmiare in un anno?
Dodici volte la quota mensile, più una parte della tredicesima: con il 20% di 2.000 euro netti sono 4.800 euro l’anno. La tredicesima è il mese in cui il tasso può salire senza fatica, perché non è ancora entrata nelle abitudini: destinarne una quota fissa al risparmio è il modo più indolore per chiudere sopra la media.
Quanto risparmiare al mese per comprare casa?
Dipende dall’anticipo: per una casa da 200.000 euro servono circa 55.000 euro tra il 20% di anticipo e le spese, come nell’esempio di comprare casa o restare in affitto. Per averli in cinque anni servono circa 900 euro al mese, in dieci circa 450. Se la cifra non regge, si allungano i tempi o si rivede il prezzo: non si azzera il fondo di emergenza.
Il tasso di risparmio conta davvero più del rendimento?
Nei primi vent’anni sì, perché il rendimento lavora su un capitale ancora piccolo: chi versa 600 euro al mese a rendimento zero supera chi ne versa 200 anche con un 8% l’anno. Dopo, quando il capitale è grande, il rendimento prende il sopravvento: per questo si fanno entrambe le cose, in quest’ordine.
Risparmiare vuol dire vivere male?
No. Si può vivere bene e divertirsi anche risparmiando: le voci che pesano di più (abbonamenti dimenticati, consegne a domicilio, auto) raramente sono quelle che rendono felici. Decidere prima a cosa non rinunciare è più efficace che rinunciare a tutto.
Fonti e aggiornamenti
- ISTAT, conti economici trimestrali (1° luglio 2026): propensione al risparmio delle famiglie consumatrici all’8,0% nel primo trimestre 2026: istat.it
- ISTAT, «Spese per consumi delle famiglie, anno 2024» (7 ottobre 2025): spesa media mensile per tipologia familiare: istat.it
- Banca d’Italia, conti distributivi sulla ricchezza delle famiglie, quarto trimestre 2025: quote di ricchezza netta per decile: bancaditalia.it
- William Bengen, «Determining Withdrawal Rates Using Historical Data», Journal of Financial Planning, 1994: l’origine della regola del 4%: retailinvestor.org
- Banca d’Italia, «L’economia per tutti», schede su risparmio e pianificazione: economiapertutti.bancaditalia.it
Ultimo aggiornamento: 11 ottobre 2026 · Testo di Eros Benedetti, consulente finanziario iscritto all’Albo unico OCF. Gli esempi hanno ipotesi semplificate a scopo didattico: leggi le avvertenze.
Eros Benedetti
Consulente finanziario iscritto all’Albo unico OCF (delibera n. 2616 del 27/11/2024). Scrivo guide e costruisco calcolatori per aiutarti a capire i soldi senza fretta e senza fregature.


