• FTSE MIB
  • S&P 500
  • Nasdaq 100
  • DAX
  • Euro Stoxx 50
  • EUR/USD
  • Oro
  • Brent
  • BTC
  • Spread

TFR in azienda o nel fondo pensione: cosa conviene?

TFR in azienda o fondo pensione? Per la maggior parte dei dipendenti conviene il fondo: contributo del datore e tasse dal 15 al 9 %. I numeri su 30 anni.
TFR in azienda o nel fondo pensione: cosa conviene?

In breve

  • Per la maggior parte dei dipendenti conviene il fondo pensione: c’è il contributo del datore, la tassazione finale scende dal 15 % al 9 % contro l’aliquota media IRPEF del TFR in azienda, e i comparti hanno reso storicamente di più.
  • In azienda il TFR si rivaluta dell’1,5 % fisso più il 75 % dell’inflazione (2,3 % lordo nel 2025), tassato al 17 % ogni anno e alla fine con la tassazione separata; secondo me ha senso solo con un lavoro precario alle prime occupazioni e un possibile bisogno di liquidità.
  • Dal 1° luglio 2026 i neoassunti del privato entrano automaticamente nel fondo del contratto, con 60 giorni per rinunciare. Nell’esempio di 30 anni a 30.000 euro di RAL: circa 75.000 euro netti in azienda, 95.000 nel fondo con il solo TFR, 129.000 con i contributi.

TFR in azienda o fondo pensione? È la scelta che ogni dipendente del settore privato fa una volta, spesso senza sapere di farla, e che a fine carriera può valere decine di migliaia di euro. Il mio TFR va nel fondo pensione negoziale del mio contratto: mi hanno convinto il contributo del datore di lavoro e la tassazione agevolata, e non ho cambiato idea. In questo articolo spiego come cresce il TFR se resta in azienda e come cresce nel fondo, cosa cambia con l’adesione automatica dei neoassunti, quanto si paga di tasse alla fine, e metto i numeri in un esempio di trent’anni con le stesse ipotesi per le due strade.

TFR in azienda o nel fondo pensione: cosa conviene?

Per la maggior parte dei dipendenti conviene il fondo pensione, forse una delle scelte più convenienti che si possano fare: al TFR si aggiunge il contributo del datore e il capitale finale paga tra il 15 % e il 9 % contro l’aliquota media IRPEF del TFR in azienda. Dipende dal contratto, dal comparto e dalla stabilità del lavoro.

Il trattamento di fine rapporto è una parte della retribuzione che il datore accantona ogni anno: la retribuzione utile divisa per 13,5, cioè il 7,41 %, meno lo 0,50 % versato all’INPS; al lavoratore resta il 6,91 %. Con una RAL di 30.000 euro sono 2.073 euro l’anno che non passano dalla busta paga ma sono tuoi. La destinazione del TFR è la domanda: nei conti dell’azienda, con le regole dell’articolo 2120 del codice civile, oppure nel fondo pensione previsto dal contratto collettivo, dove diventa previdenza complementare, cioè pensione integrativa.

Cosa cambia dal 1° luglio 2026 per i neoassunti

Fino a metà 2026 valeva il silenzio-assenso: chi non sceglieva nulla entro sei mesi dall’assunzione vedeva il TFR finire nel fondo di categoria. Dal 1° luglio 2026 il meccanismo è più diretto (legge di bilancio 2026, articolo 1, comma 202): i dipendenti privati di prima assunzione, esclusi i domestici, aderiscono automaticamente alla forma pensionistica collettiva prevista dal contratto, con TFR e contributo del datore, salvo rinuncia entro 60 giorni dall’assunzione; i versamenti partono dopo i 60 giorni e la scelta resta revocabile. Chi è già in servizio può conferire il TFR al fondo in qualsiasi momento, con un’asimmetria da conoscere: tenerlo in azienda si può cambiare, conferirlo al fondo è irrevocabile.

Come cresce il TFR in azienda: rivalutazione e tasse

Il TFR accantonato al 31 dicembre dell’anno precedente si rivaluta ogni anno con un coefficiente fisso dell’1,5 % più il 75 % dell’aumento dell’indice ISTAT dei prezzi per operai e impiegati (FOI), dicembre su dicembre. Sulla rivalutazione si paga un’imposta sostitutiva del 17 %. Con l’indice di dicembre 2025 a +1,1 %, la rivalutazione del 2025 è stata del 2,3 % lordo, circa 1,9 % netto; per il 2026, se l’indice restasse al +3,4 % di agosto, sarebbe intorno al 4 % lordo (una stima). Nel decennio 2016-2025 la media è stata circa il 2,5 % l’anno.

La formula ha un difetto strutturale: copre solo il 75 % dell’inflazione. La quota fissa dell’1,5 % aiuta quando i prezzi sono fermi, ma non basta quando corrono: nel 2022, con l’inflazione intorno al 10 %, il TFR si è rivalutato di circa il 10 % lordo e ha comunque perso potere d’acquisto, come spiego in inflazione e risparmi.

Alla fine del rapporto di lavoro il TFR in azienda si incassa con la tassazione separata: si applica l’aliquota media IRPEF dei cinque anni precedenti la cessazione, poi ricalcolata dall’Agenzia delle Entrate; le rivalutazioni già tassate al 17 % restano fuori. Per un dipendente con 30-35.000 euro di reddito l’aliquota media è in linea di massima del 23-27 %. Nelle aziende con almeno 50 dipendenti il TFR non conferito va al Fondo di Tesoreria dell’INPS, ma per il lavoratore non cambia nulla: rivalutazione e liquidazione sono le stesse.

Come cresce nel fondo: comparto, contributo del datore, costi

Nel fondo il TFR entra nella tua posizione individuale e viene investito nel comparto che scegli: garantito, obbligazionario, bilanciato o azionario. I rendimenti sono tassati al 20 % ogni anno (12,5 % la quota in titoli di Stato). Secondo la COVIP, nel decennio 2016-2025 i comparti azionari dei fondi negoziali hanno reso in media il 4,8 % netto l’anno, i bilanciati il 2,7 %, gli obbligazionari misti il 2,6 %, i garantiti lo 0,7 %; il TFR in azienda circa il 2,5 %. Sono dati storici, non promesse: un comparto azionario può chiudere anni in perdita, e va scelto in base all’età, come spiego in quale fondo pensione scegliere.

Poi c’è il contributo del datore: nei fondi negoziali in genere l’1-2 % della retribuzione, secondo il contratto collettivo, e spetta solo se anche tu versi la tua quota minima; chi conferisce il solo TFR lo lascia sul tavolo. La tua quota è deducibile fino a 5.300 euro l’anno nel 2026, e il TFR non consuma questo plafond. Infine i costi: l’indicatore sintetico medio su 35 anni è 0,47 % per i fondi negoziali, 1,36 % per i fondi aperti e 2,17 % per i PIP (COVIP).

All’uscita il capitale, o la rendita, è tassato con una ritenuta del 15 % che scende di 0,30 punti per ogni anno di partecipazione oltre il quindicesimo, fino al 9 % dopo 35 anni: con 30 anni di iscrizione è il 10,5 %. Si applica a contributi dedotti e TFR, non ai rendimenti già tassati.

Un esempio con i numeri: 30 anni di TFR nelle due strade

Ipotesi dichiarate: RAL di 30.000 euro costante, 30 anni di lavoro, quota TFR di 2.073 euro l’anno. In azienda: inflazione al 2 %, quindi rivalutazione del 3 % lordo (1,5 % più 0,75 × 2 %) e 2,49 % netto dell’imposta del 17 %; tassazione separata al 25 % sulle quote. Nel fondo: rendimento netto ipotetico del 3 % l’anno, che non è una previsione, e ritenuta finale del 10,5 % (30 anni di iscrizione) su TFR e contributi. Terza riga: TFR più contributo del lavoratore all’1 % della RAL (300 euro, dedotti) e del datore all’1,5 % (450 euro).

StradaVersato in 30 anniMontante lordoTasse finaliNetto
TFR in azienda62.190 €circa 90.900 €circa 15.500 € (25 % sulle quote)circa 75.300 €
TFR nel fondo, senza contributi62.190 €circa 101.600 €circa 6.500 € (10,5 %)circa 95.100 €
TFR nel fondo con contributi84.690 € (9.000 tuoi, 13.500 del datore)circa 138.300 €circa 8.900 € (10,5 %)circa 129.400 €
Ipotesi didattiche: RAL 30.000 euro costante per 30 anni; in azienda rivalutazione 3 % lordo (inflazione 2 %) e 2,49 % netto, tassazione separata al 25 % sulle quote; nel fondo rendimento netto 3 % l’anno con versamenti a inizio anno (non è una previsione) e ritenuta finale 10,5 % su TFR e contributi; contributi del lavoratore 1 % e del datore 1,5 % della RAL; costi del fondo compresi nel rendimento netto.

Tra la prima e la seconda riga ci sono circa 20.000 euro: mezzo punto di rendimento in più l’anno e, soprattutto, quasi 15 punti di tasse in meno alla fine. Tra la seconda e la terza ce ne sono altri 34.000, e qui il motore è il contributo del datore: 13.500 euro che non esistono se lasci il TFR in azienda, più i 9.000 euro tuoi, costati circa 6.900 euro netti grazie alla deduzione al 23 %. Il risultato dipende però dal comparto: con un garantito che rendesse l’1 % netto, il solo TFR nel fondo arriverebbe a circa 66.000 euro netti, meno che in azienda. Il vantaggio fiscale è certo; quello di rendimento no.

Quali sono i rischi di lasciare il TFR in azienda?

Il TFR in azienda non è «più sicuro»: è diverso, e i rischi veri sono cinque.

  • Perdere il contributo del datore. L’1-2 % della retribuzione per tutta la carriera, che arriva solo se aderisci al fondo e versi la tua quota: nell’esempio, 13.500 euro in trent’anni.
  • Pagare più tasse alla fine. Tassazione separata con l’aliquota media IRPEF, di norma tra il 23 % e il 27 %, contro il 15 % che scende al 9 % nel fondo.
  • Non tenere il passo dei prezzi. La rivalutazione copre il 75 % dell’inflazione più l’1,5 %: quando i prezzi corrono, il TFR perde potere d’acquisto.
  • Essere un creditore del datore. Nelle aziende sotto i 50 dipendenti il TFR resta un credito verso l’impresa: se entra in crisi, incassarlo richiede tempo e pratiche.
  • Meno flessibilità di quanto si pensi. In azienda l’anticipazione arriva, in linea di massima, dopo otto anni, fino al 70 %, solo per spese sanitarie o prima casa e una sola volta; nel fondo le possibilità sono più ampie.

Quando ha senso lasciarlo in azienda? Secondo me in un caso: sei a una delle prime occupazioni, il lavoro è precario e potresti aver bisogno di quella liquidità a fine contratto, perché il TFR in azienda si incassa quando il rapporto finisce, mentre nel fondo resta investito. È una scelta da rivedere appena il lavoro si stabilizza.

E l’obiezione «nel fondo non lo posso più toccare»? È falsa. Le anticipazioni esistono: il 75 % per spese sanitarie gravi in qualsiasi momento; dopo otto anni di iscrizione il 75 % per comprare o ristrutturare la prima casa e il 30 % per altre esigenze, senza giustificativi. Poi ci sono il riscatto in caso di inoccupazione e la rendita anticipata (RITA) per chi è vicino alla pensione. Tasse e regole le spiego in un articolo dedicato all’anticipazione.

Nella mia esperienza: il mio TFR e il salvadanaio di un ex collega

Il mio TFR va nel fondo pensione negoziale, nel comparto azionario, con l’idea di passare gradualmente a un comparto più prudente con l’età. Mi hanno convinto due cose: il contributo del datore, che è retribuzione in più, e la tassazione agevolata all’uscita. A un neoassunto lo spiego così: immagina quanti soldi lasceresti sul piatto, in tasse e in mancati rendimenti, se il TFR restasse in azienda per trent’anni; nell’esempio sopra sono decine di migliaia di euro.

Un mio ex collega ha scelto il fondo pensione appena assunto e non ci ha più pensato. Oggi, tra benefici fiscali, rendimenti e contributo del datore, ha messo da parte un grosso salvadanaio che andrà a integrare la sua pensione futura. E la pensione pubblica, da sola, sarà più bassa dello stipendio, come racconto in quanto prenderai di pensione: il TFR è il mattone più semplice per costruire il resto.

Errori da evitare

  • Rinunciare «per sicurezza». Con l’adesione automatica hai 60 giorni: chi rinuncia senza aver fatto i conti sceglie l’azienda per inerzia.
  • Conferire solo il TFR. Senza la quota minima del lavoratore il contributo del datore non arriva: è la parte più conveniente di tutto il meccanismo.
  • Scegliere il comparto garantito a trent’anni. Con lo 0,7 % storico del decennio la differenza con l’azienda si azzera; il comparto va scelto in base agli anni che mancano.
  • Confondere fondo negoziale, aperto e PIP. Costi medi dello 0,47 %, 1,36 % e 2,17 % l’anno: su trent’anni la differenza pesa.
  • Credere che sia bloccato per sempre. Anticipazioni, riscatti e RITA esistono, con regole e tasse precise da conoscere prima.

Domande frequenti

Perché conviene lasciare il TFR in azienda?

In pochi casi: quando il lavoro è precario, alle prime occupazioni, e potresti aver bisogno della liquidazione a fine contratto. Per il resto costa il contributo del datore e una tassazione finale più alta (aliquota media IRPEF contro il 15 % che scende al 9 %). È una scelta revocabile: puoi conferirlo al fondo più avanti.

Dove mettere il TFR per pagare meno tasse?

Nel fondo pensione: i rendimenti sono tassati al 20 % e il capitale finale paga una ritenuta dal 15 % al 9 % in base agli anni di iscrizione. In azienda le rivalutazioni pagano il 17 % ogni anno e la liquidazione la tassazione separata, di norma tra il 23 % e il 27 %.

Cosa succede se verso 5000 euro in un fondo pensione?

Li deduci dal reddito, perché stanno sotto il limite di 5.300 euro del 2026 (il TFR non conta): risparmi circa 1.150 euro di IRPEF con l’aliquota del 23 %, 1.650 con il 33 %, 2.150 con il 43 %. Vengono investiti nel comparto scelto e alla fine tassati tra il 15 % e il 9 %.

Quanto è tassato il TFR in azienda?

In due momenti. Ogni anno la rivalutazione paga un’imposta sostitutiva del 17 %. Alla liquidazione le quote accantonate vanno in tassazione separata con l’aliquota media IRPEF dei cinque anni precedenti, in genere tra il 23 % e il 27 %: nell’esempio, 62.190 euro di quote al 25 % sono circa 15.500 euro di imposta.

Dove mettere il TFR per farlo fruttare?

In azienda il rendimento è fissato per legge: 1,5 % più il 75 % dell’inflazione, circa il 2,5 % l’anno nel decennio 2016-2025. Nel fondo dipende dal comparto: nello stesso decennio gli azionari dei fondi negoziali hanno reso in media il 4,8 % netto e i garantiti lo 0,7 % (dati COVIP, storici). Con molti anni davanti un comparto con più azioni ha senso.

Il TFR nel fondo pensione si può prelevare prima della pensione?

Sì, con le anticipazioni: fino al 75 % per spese sanitarie gravi in qualsiasi momento; dopo otto anni fino al 75 % per la prima casa e fino al 30 % per altre esigenze. Esistono anche il riscatto per inoccupazione e la RITA per chi è vicino alla pensione. Ogni caso ha la sua tassazione.

Fonti e aggiornamenti

  • Normattiva, codice civile, articolo 2120: calcolo del TFR, rivalutazione e anticipazioni in azienda: normattiva.it
  • Agenzia delle Entrate, «F24 imposta sostitutiva TFR»: imposta del 17 % sulla rivalutazione: agenziaentrate.gov.it
  • ISTAT, «Prezzi al consumo, dicembre 2025»: indice FOI +1,1 %, base della rivalutazione 2025: istat.it
  • Normattiva, decreto legislativo 252/2005, articolo 8: adesione automatica dei neoassunti, conferimento del TFR, deducibilità: normattiva.it
  • Normattiva, decreto legislativo 252/2005, articolo 11: prestazioni, ritenuta dal 15 % al 9 %, anticipazioni e RITA: normattiva.it
  • COVIP, relazione per l’anno 2025 (giugno 2026): rendimenti storici dei comparti e costi medi: covip.it

Ultimo aggiornamento: 8 novembre 2026 · Testo di Eros Benedetti, consulente finanziario iscritto all’Albo unico OCF. Aliquote, limiti e regole sono quelli in vigore alla data di pubblicazione; gli esempi sono didattici: leggi le avvertenze.

LinkedIn
Facebook
WhatsApp
Email
Immagine di Eros Benedetti

Eros Benedetti

Consulente finanziario iscritto all’Albo unico OCF (delibera n. 2616 del 27/11/2024). Scrivo guide e costruisco calcolatori per aiutarti a capire i soldi senza fretta e senza fregature.

In questo articolo